Perché?

riconiugare, ricomporre, rivalutare gli oggetti abbandonati ...

Dustmuseum.org è il titolo sotto il quale dal 1970 ho raccolto, selezionato e assemblato scarti destinati all’oblio. Gli oggetti presentati in questo sito sono la parte emergente di una collezione organizzata, curata, conservata e sistematicamente catalogata, costruiti con contributi occasionali, assemblati con fragili legature di mollica, cera d’api, sottili fili di rame, colla, protetti da campane, vasi, teche, ampolle e di tempo in tempo stabilizzati in immagini che ne propongono il recto, il verso, il positivo, il negativo, enfatica metafora di un parallasse temporale.

Molte volte mi sono chiesto, mi hanno chiesto perché? quello che so rispondere è …  al centro del mediterraneo, in un accaldato pomeriggio d’estate, molti anni fa, nell’ombra, la gibigiana del sole: ”in una lama di luce, milioni di intangibili oggetti emergono dal nulla, un polveroso universo, una ricchezza celata di differenti nature, colori, misure, tensioni, attrazioni, pulsioni; un pacato caotico vortice, un parabolico andare in cerca di pace dove pace non c’è. Un rumore inudito, il ribollir silenzioso del fiato terreno presente, impalpabile, assente, trasporta la vita, la fortuna, il destino, un granello piccino, l’intero universo che porta con sé”.

Doundoredo - Venere dea di perfezione, fecondità e bellezza, nata dal mare, dalla castrazione di un dio, con il suo sguardo seducente rammenta che nel procedere è un breve scarto di parallasse a dar misura e senso alla via. Raccolta, selezione, diffusione rifiuti: fare, disfare, rifare; primo istante, ultimo istante; accettazione e rifiuto, scrittura e ri-scrittura; cucitura, scucitura; costruzione, demolizione; non moda ma continua ricapitolazione … nell’onnipresente idea dell’ ”aria libera del mare”.

Žižec - Karatani

il dislocamento apparente di un oggetto

«La definizione base di parallasse è: il dislocamento apparente di un oggetto (lo spostamento della sua posizione rispetto allo sfondo) causato da un cambiamento nella posizione di osservazione che determina un nuovo asse visivo. Il risvolto filosofico da aggiungere è che la differenza osservata non è semplicemente “soggettiva”, poiché lo stesso oggetto che esiste “là fuori” viene visto da due posizioni o punti di vista differenti. Sono piuttosto il soggetto e l’oggetto ad essere, come avrebbe detto Hegel, intrinsecamente “mediati”, di modo che un cambiamento “epistemologico” nel punto di vista del soggetto riflette sempre un cambiamento “ontologico” nell’oggetto stesso.» Oppure, per dirla in “lacanese”, lo sguardo del soggetto è già da sempre inscritto all’interno dell’oggetto percepito, nella veste di suo “punto cieco”, il quale è “nell’oggetto più dell’oggetto stesso”, il punto da cui l’oggetto ricambia lo sguardo. “Il quadro, certo, è nel mio occhio. Ma io, iosono nel quadro”2: la prima parte della frase di lacan indica la soggettivazione, la dipendenza della realtà dalla sua costituzionesoggettiva, mentre la seconda fornisce un’integrazione materialista, reinscrivendo il soggetto all’interno della sua immagine come macchia (la scheggia oggettivata nel suo occhio). Il materialismo non è l’affermazione diretta della mia inclusione nella realtà oggettiva (una simile affermazione presuppone che la mia posizione di enunciazione sia quella di un osservatore esterno capace di cogliere l’intera realtà), ma consiste piuttosto nella svolta riflessiva tramite cui io vengo incluso nell’immagine da me costruita. È questo cortocircuito riflessivo, questo raddoppiamento necessario di me stesso come qualcosa che sta sia dentro sia fuori la mia immagine, che testimonia la mia “esistenza materiale”. Materialismo significa che la realtà che vedo non è mai “intera”, e non a causa del fatto che la maggior parte di essa mi elude, ma perché contiene una macchia, un punto cieco, che indica la mia inclusione in essa.

2. J. Lacan, Il Seminario. Libro XI. I quattro concetti fondamentali della psicoanalisi (1964), a cura di A. Di Ciaccia, Torino, Einaudi, 2003, p.95 Žižek 2006 La visione di parallasse, Il Nuovo Melangolo, 2003, p. 28

Passages

un oggetto sciolto da tutte le funzioni originarie

Ciò che nel collezionismo è decisivo, è che l’oggetto sia sciolto da tutte le sue funzioni originarie per entrare nel rapporto più stretto possibile con gli altri a lui simili. Questo rapporto è l’esatto opposto dell’utilità, e sta sotto la singolare categoria della completezza. Cos’è poi questa “completezza”?

Un grandioso tentativo di superare l’assoluta irrazionalità della semplice presenza dell’oggetto mediante il suo inserimento in un nuovo ordine storico appositamente creato. Walter Benjamin I passages di Parigi, Einaudi, 2010, p. 214

Giacomo Leopardi

Operette morali

. . . tiriamo parimenti a disfare e a rimutare di continuo le cose da quaggiù, benché tu vada a questo effetto per una strada e io per un’altra . . . .
non manco di fare parecchi giuochi da paragonare ai tuoi, come verbigrazia sforacchiare quando orecchi, quando labbra e nasi, e stracciarli colle bazzecole che io v’appicco per li fori . . . .
Giacomo Leopardi - Operette morali - Dialogo della Moda e della Morte

Forme e contenuti

Quasi una radiografia

La fotografia come un’istantanea quasi una radiografia, stabilizza, conserva, traghetta l’oggetto in una nuova dimensione è come una ideale “campana trasparente”. Una ripresa davanti e dietro, un positivo e un negativo, l’accoppiamento di una bipolarità quasi casuale non scelta tra i milioni di possibili rappresentazioni come potrebbe essere un’ombra, una radiografia, un filmato o un disegno.

Sono oggetti non opere, un insieme, una unità avvolta in un baccello, nella pelle di una crisalide o in una nebbia primordiale, come elementi di uno steso corpo, come spermatozoi in uno stesso scroto, come attrezzi in una palestra per giochi di parallasse, come polvere in un raggio di sole. All’inizio del mio racconto c’è una stanza in penombra immersa nei profumi del mediterraneo, all’isola d’Elba in cui la gibigiana del sole, in un pomeriggio d’estate, mette in luce in un istante il turbinare di milioni di radi granelli di polvere. Quasi tutti gli oggetti sono fragili per equilibrio e deperibilità necessitano di protezione questa è la ragione delle campane trasparenti di vari materiali.

Quando vedo un oggetto istintivamente ne analizzo le forme, i materiali, le modalità di costruzione e ne immagino varianti e relazioni. Il nowhere, le wasteland e gli object trouvé sono novità del contemporaneo che stimolano molto la mia attenzione, la curiosità, il desiderio di leggere tra le rughe, le vite e le storie che li hanno un tempo animati. Rivitalizzare, riconiugare, ricomporre, rivalutare gli oggetti abbandonati che trovo sulla mia strada è una irresistibile pulsione. Sin dagli inizi questa “mania” ha assunto ingombranti dimensioni (negli anni ne ho prodotti più di ottocento) e ironicamente ho chiamato “dustmuseum” l’insieme degli scaffali e degli scatoloni che andavo riempiendo.

Oggi “dustmuseum since 1970” è il titolo dell’intera collezione, perché “museo della polvere” ma anche per qualcosa affine all’aspirapolvere (dust machine, un vorace collettore (collezionista)) “… since 1970” è la data certa, certificata da una immagine pubblicata nel 1970 da Bolaffi su suo annuario di fotografia: l’immagine ritrae la portiera rossa del mio Bedford con la scritta “dustmuseum raccolta selezione diffusione rifiuti”.

Il fico

curiose annotazioni su questo antico e prezioso frutto

Nell’“Apocalisse di Mosè” Eva racconta: “… curvato il ramo fino a terra, presi del frutto e ne mangiai; in quello stesso istante mi accorsi che ero nuda della giustizia di cui sino ad allora ero vestita . . . cercai delle foglie con cui coprirmi la pudenda, ma non ne trovai giacché tutti gli alberi del paradiso in quell’istante se ne erano spogliati, ad eccezione del fico … quello stesso albero dei cui frutti avevo mangiato …”

Ancora nel medioevo l’albero del frutto proibito era certamente il fico riprodotto in icone, bassorilievi e sculture. Anche nell’Antico Testamento commesso il peccato originale Adamo ed Eva si coprirono con foglie di fico e fu quindi confezionato con un fico il primo abito della storia. Va considerato che il fico è in assoluto una delle piante più antiche; nei pressi del fiume Giordano in un sito archeologico chiamato Gigal, un villaggio abitato circa 12.000 anni fa sono stati scoperti dei piccoli fichi e pezzetti di fico oramai carbonizzati il che dimostra che il fico era coltivato circa mille anni prima di orzo e grano. Si potrebbe dunque ipotizzare l’origine del fico sia in Medio Oriente contrariamente a quanto affermato da altre fonti che ne attribuiscono l’origine in Asia Occidentale. In ogni caso le prime civiltà agricole di Mesopotamia, Palestina ed Egitto coltivavano il fico che si diffuse poi lentamente in tutto il Mediterraneo. In generale, sia i greci che i romani, coltivarono intensamente il fico, nelle regioni della vite, dell’olivo e degli agrumi e ne fecero seccare i frutti al sole. In India il fico è l’albero sacro, sotto il Fico è nata Vishnu. All’ombra di un fico Buddha ottenne l’illuminazione e di conseguenza il fico è simbolo di saggezza e conoscenza. Per gli antichi egizi il fico era considerato un albero cosmico, l’albero della vita ed assimilato alla fenice e alla Rinascita di Osiride. In Grecia il fico era un albero sacro nato per volere del dio Dionisio. Si dice che Polifemo usasse il succo prodotto dal fico per fare il formaggio. Secondo Platone il fico aiutava a rinforzare l’intelligenza tanto da essere soprannominato mangiatore di fichi. Aristotele testimonia la tecnica di coagulazione del latte. Seneca racconta che pane e fico costituisce un pasto completo.Per i romani, la pianta del fico era una pianta sacra come la vite e l’ulivo. I Romani regalavano la pianta di Fico come augurio di un felice e prospero anno. Il ficus ruminalis, che produce un liquido bianco come latte (ruma, mammella) era sacro a Marte, vero fondatore della città e padre di Romolo e Remo, e Plutarco narra che la cesta con Romolo e Remo si arenò miracolosamente sotto un flco selvatico dove furono allattati dalla lupa. Plinio sosteneva che mangiare fichi dona forza ai giovani, aiuta gli anziani e ne attenua i segni di vecchiaia. L’imperatore Augusto se ne nutriva con formaggio e pesci. Citazioni sulla lavorazione dei fichi secchi si trovano nelle Satire di Orazio e in Columella noto per un’autorevole opera di agraria. Per ritrovare chiarezza mentale e forza fisica sostare sotto le foglie di un fico e osservare la luna crescente di primavera. Per porre rimedio alla sterilità, con luna crescente, mettere foglie di fico sotto il proprio cuscino.
Sicofante s. m. [dal lat. sycophanta, gr. συκο-ϕάντης (comp. di σῦκον «fico» e tema di ϕαίνω «mostrare»), parola di formazione chiara ma di significato incerto; secondo un’antica etimologia, da accogliere con prudenza, “denunziatore di fichi” (σῦκον “fico”; ϕαίνω “denuncio”), cioè di chi esportasse di contrabbando i fichi dall’Attica. 1. Nel diritto attico, e in quello di altre città a regime democratico dell’antica Grecia, persona che di propria iniziativa denunciava alle autorità le violazioni della legge. Nella cultura dell’Europa occidentale, soprattutto a partire da dopo il Medioevo, l’albero della conoscenza del bene e del male viene considerato un melo.

Vanno considerati diversi fattori: che in latino la parola, malum, può riferirsi sia al frutto del melo, sia al “male” e pomum sia a mela che “frutto” queste bivalenze probabilmente hanno aiutato, nelle comuni credenze, la diffusione dell’identità simbolica tra mela e male; che la mela, in alcune culture anteriori al cristianesimo, era l’attributo di Venere, la dea dell’amore (nella sua accezione erotica) ed è possibile che l’iconografia di due giovani che si scambiano una mela (in cui, inizialmente, era indifferente chi stesse dando e chi ricevendo il frutto) sia poi passata in ambito giudaico cristiano, dando origine alla identificazione tra frutto proibito e mela; che nell’Europa continentale il dolce fico non era conosciuto ed è facile pensare che sia stato sostituito con la ben più familiare mela. In ogni caso è un dato di fatto, che nella cultura giudaico cristiana la mela assume la connotazione simbolica del desiderio, della tentazione, del passaggio dallo stato di grazia a quello di colpa scagionando e rubando la scena al fico